Sicurezza in Italia: un sistema fragile, tra improvvisazione, vuoti normativi e mancato riconoscimento del settore
La cronaca nera – e più in generale i fatti che mettono in discussione la nostra sicurezza – sembra occupare sempre più spazio nel dibattito pubblico. Non è soltanto un tema di ordine pubblico: è fiducia, prevenzione, responsabilità. Il caso di Crans-Montana ha riacceso in modo brutale una preoccupazione che molti covavano già: non basta indignarsi dopo, serve capire prima dove si annidano le falle e chi deve chiuderle. 
Da qui parte questo commento: dalla sensazione – sempre più diffusa – che la sicurezza non sia un “dettaglio tecnico”, ma un patto quotidiano tra istituzioni, gestori, comunità e cittadini. E che ogni deroga, ogni controllo saltato, ogni norma trattata come burocrazia, prima o poi presenti il conto.
I numeri
Il settore della sicurezza privata italiana rappresenta oggi una realtà economica di primo piano. In Italia operano 1.505 imprese della sicurezza, di cui 423 certificate dal Ministero dell’Interno, con oltre 112.000 occupati e un fatturato complessivo stimato in circa 4,3 miliardi di euro. Il comparto ha registrato una crescita costante negli ultimi anni, superando per la prima volta nel 2024 la soglia storica dei 4 miliardi di fatturato, con un trend che si conferma positivo anche nel 2025.
A questi numeri si aggiunge il mercato della cybersecurity, che nel 2024 ha raggiunto i 2,48 miliardi di euro con una crescita del 15%, segno di una domanda sempre più forte di protezione integrata, fisica e digitale.
Eppure, dietro questi dati incoraggianti si nascondono criticità profonde. Il mercato è dominato da medie e grandi imprese che producono oltre il 93% del volume d’affari, mentre le piccole aziende, pur rappresentando il 42% del totale, generano appena il 6% dei ricavi. Questa polarizzazione crea un sistema fragile, dove metà delle imprese fatica a sopravvivere e la qualità dei servizi viene sacrificata sull’altare del ribasso nei bandi di gara.
Il paradosso italiano è evidente: un mercato in espansione che non riesce a valorizzare i propri operatori. Retribuzioni storicamente inadeguate, concorrenza sleale da parte di soggetti non autorizzati, normative obsolete e mancato riconoscimento professionale continuano a frenare lo sviluppo di un settore che potrebbe contribuire in modo decisivo alla sicurezza del Paese.
L’Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria, attraverso le voci dei suoi rappresentanti, delinea le priorità per il rilancio del comparto.
Franco Cecconi, Presidente AISS, non usa mezzi termini: “È arrivato il momento di porre fine all’invasione di campo delle pseudo-associazioni di volontariato. Per troppo tempo abbiamo tollerato una concorrenza sleale che svilisce il mercato della sicurezza privata. Serve una normativa chiara che limiti il loro intervento alle sole attività di protezione civile, impedendo loro di operare in concorrenza con le aziende regolarmente autorizzate ai sensi dell’art. 134 TULPS.”
Sul fronte del riconoscimento professionale, Cecconi sottolinea una battaglia storica dell’associazione: “Da anni chiediamo che gli addetti ai servizi di controllo vengano finalmente riconosciuti come incaricati di pubblico servizio. Questi professionisti garantiscono quotidianamente la sicurezza in eventi, locali e manifestazioni, ma non godono delle tutele penali e della dignità professionale che meriterebbero. È una lacuna normativa inaccettabile.”
Il presidente AISS rilancia anche sulla necessità di una riforma strutturale: “Il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza risale al 1931. In quasi un secolo il mondo è cambiato radicalmente, ma la normativa è rimasta sostanzialmente ferma. Chiediamo una profonda revisione del TULPS per adeguarlo alle esigenze di un settore che oggi affronta minacce fisiche e digitali, nazionali e transnazionali.”
Claudio Verzola, Responsabile Cyber Security di AISS, si concentra sulla valorizzazione delle competenze: “Le norme UNI 11925 e 11926 rappresentano un traguardo importante, frutto di anni di lavoro della nostra associazione. Questi standard definiscono requisiti chiari per aziende e operatori, garantendo qualità e professionalità certificate. Il passo successivo deve essere renderle vincolanti negli appalti pubblici: solo così potremo premiare chi investe in formazione e competenze, marginalizzando chi compete solo sul prezzo.”
Verzola evidenzia anche l’evoluzione del settore: “La sicurezza privata non è più solo sorveglianza fisica. Oggi operiamo in un contesto dove le minacce ibride richiedono competenze avanzate, dalla cyber security alla protezione delle infrastrutture critiche. Le aziende italiane hanno le capacità per competere a livello internazionale, ma servono un quadro normativo adeguato e il riconoscimento del valore strategico che il nostro settore può offrire al sistema Paese.”
Una situazione nazionale che peggiora
Alle criticità strutturali del settore si aggiunge un quadro nazionale sempre più allarmante. Come sottolinea Marco Cavalli, security manager di MD Systems, nelle ultime settimane l’Italia ha assistito a omicidi, accoltellamenti, aggressioni nelle stazioni e nei supermercati: segnali di una violenza crescente e di un cambiamento radicale nella criminalità di strada. Oggi, sempre più spesso, anche i minori girano armati di coltelli, e i furti nelle abitazioni sono diventati più aggressivi e devastanti, con bande itineranti che si spostano rapidamente rendendo difficili le indagini.
Nonostante i dati ufficiali parlino di un calo dei reati, chi opera quotidianamente nella sicurezza registra un aumento costante degli episodi e una brutalità sempre più marcata. La percezione diffusa è che in Italia si intervenga davvero solo quando “ci scappa il morto”, mentre risultano carenti prevenzione, regole chiare, formazione obbligatoria e controlli efficaci.
A tutto questo si aggiunge, nelle gare, la “guerra” sui costi, spesso a scapito della qualità: soprattutto nei grandi eventi sportivi e musicali ci si ritrova a lavorare in condizioni difficili, affiancati da personale improvvisato o sottopagato, impiegato per pochi euro in un servizio che invece è delicato e richiede competenza. Inoltre, tecnologie fondamentali come sistemi antidrone e centrali di supervisione (GOS) vengono attivate quasi esclusivamente per gli eventi più importanti. Dovrebbe invece essere previsto un obbligo minimo di dotazioni, a partire da circuiti di videosorveglianza adeguati: in caso di evento criminoso, senza immagini e tracciabilità, come si può individuare l’autore o prevenire azioni successive? Servono anche strumenti e procedure per il controllo reale delle capienze e, soprattutto, per una gestione interna della sicurezza più rigorosa: tecnologie, standard operativi, verifiche e responsabilità chiare, perché la sicurezza non può dipendere dal budget o dall’improvvisazione.
Infine, la questione dei controlli. Fabio Varanese (Security Manager, Vis Group):
«Il problema resta quello dei mancati controlli. C’è chi le regole non le rispetta e spesso nessuno verifica. I controlli sono pochi, quando non del tutto assenti. E la cosa paradossale è che si controlla molto di più una discoteca — che deve rispettare norme precise — rispetto a un ristorante o a un bar. Il perché è presto detto: le discoteche tradizionali diminuiscono, mentre cresce un altro formato, quello del ristorante o del bar che fa musica, la cosiddetta “cena musicale”. Il problema è che spesso, a una certa ora, un locale nato come ristorante finisce per trasformarsi di fatto in una discoteca, magari con musica fino alle due di notte, ma senza le stesse regole e gli stessi obblighi».
«Il secondo motivo – continua Varanese – è legato alle risorse: manca persone. E molte volte manca anche la conoscenza reale di cosa succede dentro questi locali. Se non sai come funzionano, come si riempiono e come sono gestiti, è difficile intervenire in modo efficace.»
Il settore chiede da anni ciò che è indispensabile oggi
Cecconi, Verzola, Cavalli e Varanese convergono su un punto chiave: l’Italia non può più permettersi improvvisazione nella sicurezza.
Servono: una norma chiara che definisca il perimetro della sicurezza non armata; regole certe per tutti gli operatori; formazione obbligatoria e certificata; uso sistematico delle tecnologie di prevenzione e controllo; maggiore riconoscimento professionale per gli uomini e le donne della sicurezza; controlli reali e continui sulle procedure adottate nei grandi eventi. La sicurezza non può essere affrontata solo dopo l’ennesima tragedia. È il momento di una riforma strutturale, attesa da anni da tutto il comparto.